Perché Unamuno è importante

 

 

Ve lo state chiedendo, lo so:
ma a che ci serve leggere un filosofo spagnolo vissuto un secolo fa?
Sì è vero, le cose da allora sono un po’ cambiate, ma ce n’è una che, con buona pace degli evoluzionisti, è rimasta invariata: noi. Le donne e gli uomini di questo pianeta, da che il mondo ha memoria, non sono ancora riusciti a rispondere alle domande fondamentali – quelle di Gauguin, per intenderci: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo? Ci provano, ma in ballo ci sono soltanto ipotesi. Calati in nuovi e diversi contesti culturali le nostre paure e i nostri bisogni essenziali sono sempre gli stessi.
Una paura su tutte: la morte.
Un bisogno su tutti: trovare una consolazione al pensiero della morte.
Ecco, Miguel de Unamuno dedica la sua vita proprio a questo, all’analisi delle sue ansie di uomo in carne e ossa alla ricerca di una risposta impossibile. A tormentarlo è il problema della sua coscienza: dove andrà a finire dopo la morte? Non gli sembra affatto giusto che tutto, dopo tanto affanno, debba cadere nel nulla. Perché si vive se poi si deve morire? Di qui il suo “sentimento tragico”, una lotta tra ragione e istinto, lucidità e speranza. Insomma, da una parte sa che morendo tornerà alla polvere, ma dall’altra spera di sbagliarsi.

Ma se non possiamo sapere cosa c’è dopo la morte, perché allora preoccuparcene?
Come perché preoccuparcene?! Dalla nostra posizione in merito a ciò dipende tutta la nostra vita! Il nostro atteggiamento, le nostre azioni, le nostre opinioni sul mondo e su tutto quello che contiene. Per farla breve: se credete che la vita continui anche dopo la morte agirete in un modo (vedi alcuni religiosi, per esempio, che addirittura vivono in attesa della vita eterna, quella autentica) e se invece credete che finirete per sempre vivrete in un altro (e per darvi coraggio o giustificare i vostri peccati di gola vi ripeterete: si vive una volta sola!). Tra questi ultimi poi ci sono quelli che per vivere hanno bisogno di un senso dato dall’esterno (in ciò simili dunque ai religiosi) e quelli che il senso se lo fanno da sé, e vivono bene, a volte anche meglio di chi si priva dei propri piaceri per far piacere a qualcun altro. Ma in ogni caso interrogarsi su noi stessi e sapere cosa sentiamo non è un’attività che si può eludere, pena una vita incosciente, non degna di essere chiamata umana.

Primum vivere deinde philosophari (prima vivere, dopo filosofare)? Non sono d’accordo. Perché non si può vivere senza filosofare. Vivere è filosofare. Ovviamente il significato preciso di quella locuzione è “prima pensa a guadagnare per pagare la TASI, poi potrai dedicarti alla lettura dell’opera omnia di Proust”. Ma mentre si guadagna in questa società votata al consumismo bisognerebbe chiedersi – e con questo quindi filosofare – il perché lo si sta facendo. Rispondendoci sinceramente la nostra vita potrebbe cambiare e potremmo decidere di andare a vivere con i monaci tibetani su una montagna tra le nuvole. Per colpa di un’opinione, una semplice opinione.
Ora, mi pare di aver spiegato che noi siamo quello che pensiamo di essere e agiamo di conseguenza. Tuffarci nelle nostre domande esistenziali è importante, è vitale.   

Perché, allora, Unamuno è importante?
Perché parla di voi, di quello che avete dentro.
Dopo un’intera vita vissuta nell’agonia del sentimento tragico, Unamuno ha deciso – senza tuttavia abbandonare il tormento, perché mantenere la speranza è un conflitto continuo – di far vincere l’istinto sulla ragione e rendere reale la sua speranza. Sotto il profilo morale ciò significa: vivere in modo tale da meritarsi di vivere per sempre. In sostanza: essere giusti con gli altri e col mondo. E come si fa a sapere cos’è la giustizia? Qui stiamo andando oltre il nostro scopo. Per il momento e per non lasciar nulla di intentato penso che la definizione di Kant possa rispondervi: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di legislazione universale”.
Chiedetevi anche voi chi siete e dove andrete, e potrete così vivere una vita autentica – nel pieno delle vostre facoltà, e non imposta da schemi e pensieri altrui. Anche senza giungere a una risposta definitiva, la riflessione vi aiuterà a conoscervi.

“L’uomo è un mistero” dice giustamente Dostoevskij, “un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere uomo”.

E voi, volete essere donne e uomini?

Miguel de Unamuno
Miguel de Unamuno (1864-1936), filosofo e professore di letteratura e lingua greca, poeta, romanziere, drammaturgo, pubblicista e attivista politico, visse a cavallo tra XIX e XX secolo in una Spagna in decadenza politica ed economica. Nato nei Paesi Baschi, regione che – come oggi – chiedeva l’indipendenza, si sentiva tuttavia “due volte spagnolo”, intimamente legato alla cultura castigliana (diciamo spagnola tout court) riuscendo però a mantenere uno sguardo esterno sulla sua terra, da basco appunto, grazie a cui sviluppò una profonda capacità critica e riflessiva. Visse la maggior parte della sua vita a Salamanca, in piena Castiglia, dedicandosi all’espressione della spagnolità, che era la sua e quella del suo popolo; all’analisi dell’animo spagnolo, fondamentalmente tragico, strattonato da una parte dalla speranza di non morire mai e dall’altra da una ragione intrisa di finitudine e disillusione. Ma a dominare in queste terre è per lui senz’altro il bisogno di conquiste spirituali che lotta contro la ragione alimentando il conflitto e con esso anche una speranza di vita infinita. Sperare contro le granitiche convinzioni della ragione è garanzia di vita piena e autentica, ché una vita che non soffre nel contrasto insormontabile non è vera vita ma prefigurazione della beatitudine divina o dell’annullamento nel nulla, morte vera e propria. E, considerato che Unamuno voleva vivere per sempre e la sete di vita era il suo tormento, scelse l’agonia – o il sentimento tragico della vita, che dà il titolo alla sua più celebre opera del 1913 –, eletta così a conformazione del cattolicesimo iberico. Il Dio di cui parla e in cui crede – o desidera di credere – è dunque un Dio spagnolo.
Unamuno ci parla per mezzo dello spirito del suo popolo o questo, al contrario, attraverso la sua voce. La sua terra è il fertilizzante del suo spirito, terra in cui il culto dell’immortalità è divenuto assillo quotidiano, chiodo fisso di un popolo devoto e affamato del corpo e del sangue di Cristo. Don Chisciotte, i conquistadores, la Controriforma, il Concilio di Trento, Ignazio di Loyola, i grandi mistici Giovanni della Croce e Teresa d’Avila avrebbero mantenuto così, in una tensione ultraterrena, l’egemonia della fede e della speranza; facendo, del loro, il nuovo popolo eletto. E guardate bene il ritratto di Unamuno qui sopra, non assomiglia forse a Don Chisciotte? Un Don Chisciotte provato dalla lotta quotidiana per la conquista del regno della fede?
L’ansia d’immortalità carnale, che è l’intima forma dell’anima unamuniana, abbraccerà dunque la fede, custode e creatrice di speranza nell’immortalità. Unamuno si dà a Dio, un Dio immortalizzatore – un Dio dai tratti iberici, figlio della tradizione popolare –, per garantirsi vita eterna, per poter sperare fino all’ultimo di non dover morire, o in alternativa, affidandosi alla dottrina cattolica, risorgere. Il cattolicesimo è infatti l’istituzione che ha il dovere di proteggere il dogma della Resurrezione di Cristo (e quindi della nostra) e dell’immortalità dell’anima. Tuttavia, l’immortalità unamuniana, corporea, su questa Terra e soprattutto in piena voluttà dei sensi, non rispecchia appieno l’ideale d’immortalità della Chiesa. Quella di Unamuno è una speranza personale: non morire mai, vivere per sempre, così, col suo corpo, con le sue angosce e con le sue gioie.
La figura di Cristo è forse il suo più efficace strumento poetico, un propulsore di sempre nuova speranza nell’immortalità, che dimentica ogni atteggiamento di pietà per concentrarsi in un tragico volontarismo creatore. È l’idealizzazione simbolica di un evento che segnò profondamente la credenza religiosa, in particolare quella del popolo spagnolo. Infatti, oltre che nel Dio spagnolo, Unamuno, volle credere (e credette di credere) in un Cristo spagnolo: «Ho l’anima del mio popolo e […] mi piacciono questi Cristi lividi, squallidi, paonazzi, sanguinanti, questi Cristi che qualcuno ha chiamato feroci» (M. de Unamuno, El Cristo español (1909), in Mi religión y otros ensayos breves, in Obras completas, vol. III, Escelicer, Madrid 1968, pp. 273-276, cit., p. 273; tr. it. Il Cristo spagnolo, in A. Savignano, Il Cristo di Unamuno, Queriniana, Brescia 1990, pp. 66-70, cit., p. 66). Il culto del dolore spagnolo avrebbe così fatta sua l’immagine del Cristo agonizzante; un Cristo che sanguina in ogni casa e chiesa di Spagna, costretto a rivivere in eterno il suo punto di morte, lacerato da chiodi e ferite irrimarginabili, da sguardi crudeli assetati di guerra e passione. La Spagna narrataci da Unamuno ha un che di irrazionale e barbarico, uno spirito sanguigno, un «odore di tragedia»; sente il bisogno di purificarsi dalle sofferenze, frutto di un atteggiamento vitale vissuto in pieno, e lo fa con nuova trionfale sofferenza portata al parossismo. Cristo, l’uomo che soffrì di più al mondo, perché soffrì per tutti, è l’immagine perfetta per lavare i cuori pregni di rabbia spagnola. Il Cristo spagnolo sembra non morire mai, prolungando eternamente la sua agonia e con essa la nostra speranza di salvezza. Ma una salvezza che è vita eterna, non beatitudine celestiale.
Unamuno ci insegna la forza della speranza, motore inesauribile. Sperare fortemente in qualcosa è in qualche modo averla già qui con sé.

(Stefano Scrima, da Diogene Magazine, 15/10/2015)

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Immagine: Ritratto di Miguel de Unamuno, di Eleonora Eta Liparoti (immagine della copertina del volume).

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«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

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